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martedì 2 luglio 2019

Lo sforzo del teatro

Scrivere a quattro mani è complicato.
Con Patrizia Tasinato siamo alla seconda stesura di un testo teatrale che porteremo in scena nella seconda metà della prossima stagione per la regia di Gian Carlo Fantò. Ne seguiranno altre, rivisitazioni e rimaneggiamenti necessari per offrire un testo credibile e, questa volta, divertente.

La cosa bella è il gesto creativo, ma anche il lavorio di cesello sulle battute, sulle parole, sugli equilibri dei dialoghi, di scena e controscena, sulla profondità più o meno grande della narrazione. Ma soprattutto la cosa bella è fermarsi davanti allo spettatore e decidere che la tale battuta non deve essere esplicita, ma deve essere indotta, lo spettatore deve arrivarci di suo, altrimenti si annoia.

La noia.
Il più temibile nemico con cui un autore deve fare i conti. In teatro la noia arriva quando tutto è scontato, non serve alcuno sforzo, la storia si dipana spiegando tutto e appiattendo ogni cosa su un didascalismo che sottrae allo spettatore il piacere di intuire, di farsi una sua storia sui detti e non detti in scena.

Ci vuole lo sforzo non solo dell’attore in scena, ma anche del pubblico in sala, lo sforzo di capire, di andare oltre l’evidente, di fare quel passaggio che comporta una scoperta, una rivelazione, un’intuizione in chi assiste e che è gratificato dal comprendere.

Dunque ci vuole uno sforzo da parte di chi scrive per generare tutto questo, poiché come diceva Louis Jouvet, “una cosa ottenuta senza sforzo non è buona”.

giovedì 11 aprile 2019

Far parlare le voci di dentro

Ifigenia in Aulide presso il Teatro Greco di Siracusa (2015)
interpretato da Lucia Lavia.

Foto estratta dal video di Davide Mauro
(https://it.wikipedia.org/wiki/File:Ifigenia_in_Aulide_(2015).ogv)
Licenza: 
https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0/deed.it
Scrivere per il teatro comporta un limite: i pensieri, gli stati d'animo e le emozioni possono emergere solo dai dialoghi, o meglio solo da ciò che i personaggi "dicono" negli scambi di battute o nei monologhi.
È altra cosa rispetto al romanzo. In un romanzo ci si può soffermare sulle impressioni e i sentimenti dei personaggi, è più semplice immergere il lettore nella mente dei soggetti che si stanno descrivendo.
Questo aspetto nella stesura del copione è più complicato e allora si ricorre ad escamotage; vediamo i quattro più frequenti:
  • note di scena
  • a parte
  • coro
  • monologo
Note di scena: è la soluzione più semplice e immediata, nel testo di una battuta (al principio o alla fine di essa, quasi mai in mezzo) si inserisce un testo in corsivo e/o fra parentesi in cui si indica l'atteggiamento del personaggio, ad esempio: (con stizza) Voi non avete capito niente di quello che vi ho detto!
A parte: nel testo si pone al termine della battuta una nota tra parentesi ("Fra se" o "da se") che indica esattamente cosa pensa il personaggio. In scena l'attore si gira verso il pubblico e recita la battuta con un gesto confidenziale; questa soluzione è frequente nelle opere di Goldoni, ad esempio: (Certo, che questa è la migliore vivanda). (da sé) - Carlo Goldoni. "Il servitore di due padroni."
Coro: è fra le radici del teatro antico, nasce dall'evoluzione del ditirambo, coro in onore di Dioniso, da cui si staccò il capo-coro che avviò un dialogo drammatico col coro stesso. Infatti secondo Aristotele "La tragedia ebbe inizio dai capi del ditirambo" tanto che l'etimologia della parola "Tragedia" nasce dal greco tragōidía, composizione di trágos ‘capro’ e ōidḗ ‘canto’, cioè ‘canto dei capri’, riferito al canto dionisiaco. Anche nella tragedia shakespeariana ritroviamo il coro (si pensi alle streghe del MacBeth). Il coro rappresenta un gruppo omogeneo di personaggi che interagiscono come un personaggio singolo esprimendo e descrivendo emozioni e stati d'animo anche attraverso il canto, danze o movimenti ritmati. Da Edipo Re di Sofocle:
ÈDIPO:
   Non teme i detti chi mal far non teme.
CORO:
   Ma giunge qui chi può scoprirlo. Vedi
   che il profeta divino qui conducono,
   che in cuore insito ha il ver, solo ei fra gli uomini.
Monologo: la soluzione più frequente usata in teatro, quando il personaggio si isola e parla esprimendo le proprie emozioni, sentimenti e pensieri, è come quando si parla da soli, in un dialogo intimo che l'attore condivide con il pubblico. Esempio dal celebre monologo di Amleto di Shakespeare:
Essere, o non essere, questo è il problema:
se sia più nobile nella mente soffrire
colpi di fionda e dardi d'atroce fortuna
o prender armi contro un mare d'affanni
e, opponendosi, por loro fine? Morire, dormire…
Tutte queste soluzioni non sono alternative fra loro ma talvolta complementari. Può succedere in qualche caso che monologo e coro s'intreccino o si alternino, o monologo e 'a parte' magari su testi con note di scena.

Quello che conta alla fine è riuscire a trasmettere al pubblico le emozioni, i sentimenti e il travaglio interiore del personaggio e per questo la funzione dell'attore è fondamentale in quanto, al di là di questi strumenti, è lui che con la sua fisicità e capacità espressiva dialoga con l'immaginazione dello spettatore, unico vero e assoluto destinatario di tutto il lavoro teatrale.

Bibliografia:
Storia del Teatro Utet Vol 1
Wikipedia
Dizionario Google