mercoledì 24 giugno 2020

almicrofono.it in 4 skill

Ebbene sì, da oggi è possibile ascoltare i podcast di almicrofono.it anche sull'assistente vocale Alexa.

È sufficiente seguire questi 4 passaggi:

  1. visita la pagina delle skill di Alexa sul sito di Amazon 
  2. cerca
    • audioclassici
    • audiodrammi
    • audioteatro
    • audioracconti
  3. una volta trovate attivale tutte o solo quelle che ti interessano
  4. procedi secondo le istruzioni che seguono:
    • per riprodurre l'ultimo episodio del podcast dire
      • "Alexa, apri audio classici" oppure
      • "Alexa, apri audio drammi" oppure
      • "Alexa, apri audio teatro" oppure
      • "Alexa, apri audio racconti
    • per mettere in pausa dire "Alexa, pausa
    • per riprendere "Alexa, riprendi"
    • per ascoltare l'episodio precedente dire "Alexa, precedente"
    • per ascoltare l'episodio successivo dire "Alexa, successivo
    • per terminare dire "Alexa, stop"
Buon ascolto!

domenica 24 maggio 2020

Lo sguardo

Sto studiando regia teatrale, lo sto facendo da autodidatta e con l'aiuto di registi e attori di consumata esperienza. La mia dimensione amatoriale, benché ricca di entusiasmo e di voglia di fare, probabilmente non mi permetterà, almeno per lungo tempo, di diventare un regista consolidato ma sempre un teatrante in itienere, una figura mai del tutto completa.
Lo so e ci ho fatto i conti da tempo con questo limite che, come tutti i limiti, ho l'obbligo verso me stesso e non solo di allargare sempre di più.

Le regie che ho fatto fino adesso sono relative ad un solo spettacolo, modificato di volta in volta, sempre nuovo e sempre arricchito dal contributo di attori, cantanti e altri registi. Mi sto cimentando in un nuovo progetto e so bene quante difficoltà dovrò affrontare, non ultima quella legata alla disponibilità delle sale a seguito dell'emergenza "coronavirus".

Detto questo però mi sto rendendo sempre più conto che un regista che è anche autore delle sue opere deve avere per prima cosa, prima ancora delle trame, delle scenografie, dei cast, della tecnica, delle back-history-list, uno sguardo. Un regista e, a maggior ragione un autore-regista, deve avere uno sguardo sul mondo, sulla quotidianità, sulle persone, sul suo tempo. Uno sguardo, una visione che deve trasmettere al pubblico attraverso le emozioni. Non basta saper fare, così si rischia di diventare abili, abili artigiani (ottimo mestiere per carità) bravi in tutto ma non in quello che conta per un autore.
Ne "La valigia" volevo portare in scena la resilienza, la forza di affrontare le tragedie che la vita ci mette davanti attraverso le nostre contraddizioni, i nostri alibi, le nostre nevrosi, il nostro dolore di vivere affrontando drammi come la perdita lenta e dolorosa di una persona cara, la constatazione del fallimento di una vita, il rimpianto di un tempo che non torna, i sogni infranti. Ne "L'ultimo giorno" era il riconoscimento di un sé superficiale ed egoista dal quale tentare di rinfrancarsi, nel nuovo dramma "Una volta ti vengo a trovare" il racconto è sulle miserie dell'animo umano a confronto con un Dio completamente diverso dall'immaginario collettivo, che si porta dietro le sue contraddizioni e e le sue sconfitte.

È dunque necessario avere uno sguardo sulla persona, sulle sue debolezze e nevrosi che ne condizionano l'esistenza e la reazione alle prove continue che la vita ci mette davanti. Un interrogarsi sul prossimo e sulle sue possibilità di riscatto, un porsi sempre il grande quesito sul senso della vita. È necessario, anzi vitale, per raccontare.

Se non c'è questo sguardo, si può essere artigiani ma non artisti, l'artigiano confeziona un prodotto perfetto, impeccabile, funzionale ed efficace ma un artista offre una visione mutuata dal suo sguardo sul mondo, sull'esistente, non sarà perfetto e preciso come un artigiano ma indurrà a riflettere, a porsi delle domande. E indipendentemente dalle risposte se le emozioni che genereranno quelle domande arriveranno al cuore dello spettatore avrà fatto, grande o piccola, un'opera d'arte.

giovedì 21 maggio 2020

Il bello fra intimo e condiviso

Sto studiando il "Canto del cigno" di Anton Cechov, un autore di grande statura ma che purtroppo non è fra i miei preferiti. Ciò non toglie che "portarlo in scena" (anche se in podcast, quindi in lettura interpretativa) sia un piacere. Con Enzo Brasolin stiamo progettando un lavoro basato su questo testo dove io interpreto il ruolo del suggeritore Nikita Ivànic e Enzo l'attore Svietlovidov. 

Per condurre gli studi di regia teatrale ho dovuto leggere "Il gabbiano" poiché l'autrice del testo, Kate Mitchell, lo adopera come esempio per gli esercizi. Eppure sebbene bello, carico di significati e intenso, questo dramma straordinario (stiamo sempre parlando di uno dei più grandi drammaturghi che siano esistiti), non riesce a muovermi emozioni. Altra cosa è il "Canto del cigno", dove le prime registrazioni di Enzo Brasolin potenti e intense rendono la narrazione più coinvolgente ed emozionante. Qui il dramma esistenziale del personaggio emerge in tutta la sua crudezza, in tutta la sua forza e alla fine lo spettatore (o il lettore) non può non porsi degli interrogativi e sentirsi preso dalla narrazione.

Eppure Cechov, malgrado tutto questo non mi attira. Saranno le atmosfere de "Il gabbiano" così formali, distanti nel tempo e nei modi, saranno i dialoghi che non riescono in taluni punti a non annoiarmi, ma alla fine faccio fatica a finire un suo libro. Cionondimeno mi astengo dal leggerlo: è Checov e se voglio recitare, e far recitare, devo aver letto (e meglio ancora interpretato) se non tutti, almeno i suoi lavori più importanti. 

Del resto George Simenon si formò sugli autori russi e produsse quella meraviglia di romanzi di cui Maigret è solo una minima parte.
È un po' come per i Queen, so che sono un gruppo straordinario che ha scritto pagine irripetibili nella storia del rock, eppure non riescono a piacermi, c'è qualcosa nelle melodie di Freddie Mercury che stride con i miei gusti.
Stesso discorso con la musica lirica: so bene che è arte di altissimo spessore, che esprime canto e grande musica a livelli di elevata eccellenza, eppure non riesco a farmela piacere.

È l'eterna discrasia fra ciò che è bello e ciò che piace e non è vero che è "non bello quel ch'è bello ma è bello quel che piace". A me piacciono brani di cantanti discutibili, interpretazioni poco edificanti (per fortuna sono solo casi isolati, ma ci sono) e non posso dire che sono oggettivamente belli ma muovono delle corde nel mio intimo. Ecco, forse questa è la vera soglia che la bellezza ci rivela sull'animo umano: la distanza fra intimo e pubblico, fra ciò che sentiamo dentro e ciò che condividiamo fuori, fra ciò che ci lega agli altri e ciò ce ne distanzia, fra quello siamo e quello che vorremmo essere.
Una distanza a volte incolmabile.

martedì 17 marzo 2020

La linea del tempo

Una delle differenze fra cinema e teatro, per un attore, sta nel fatto che sul palcoscenico si entra in scena secondo uno schema temporale definito che segue la trama della narrazione, nel cinema le riprese in un set non tengono conto del tempo, per cui se in un bar, per esempio, si devono girare delle riprese, esse per ottimizzare i costi riguarderanno diversi momenti dello schema temporale della trama, per cui ci si può trovare a recitare scene dell'inizio della storia e pochi minuti dopo del finale. Poi ci sono riprese di esterni che il regista fa eseguire in cui l'attore deve solo camminare o fare un'azione passiva di cui non sempre ha chiaro lo scopo ma è tutto nella testa del regista, riprese che magari non saranno mai montate.

L'unica volta che ho recitato in un cortometraggio per un corso di produzione video che avevo frequentato nel 2012, trovai estremamente spersonalizzante l'esperienza cinematografica. Al contrario seguire lo schema temporale della trama di uno spettacolo teatrale mi permette più facilmente di entrare, e rimanere, nel personaggio.

Quello che segue è il cortometraggio che producemmo con i miei compagni di corso sotto la direzione di Rodolfo Colombara.



domenica 5 gennaio 2020

Fammi ridere!

Nel 1987 mi trovavo a Ibiza, con un gruppo di turisti italiani, inglesi e americani, eravamo andati ad assistere a una serata di cabaret internazionale. Fra le esibizioni vi era quella di un gruppo americano che suonava del buon jazz e nel cui cast spiccava un artista di colore che oltre ad essere un abile vocalist aveva anche doti comiche. In diversi momenti faceva le facce strane, cambiava il timbro della voce (peraltro dotata di bassi potenti, alla Barry White per intenderci) e assumeva toni grotteschi e riconducibili a Jerry Lewis.
I nostri amici anglosassoni ridevano come matti di quelle performance mentre noi italiani restavamo alquanto indifferenti e, a parte qualche risolino più di circostanza che di sostanza, piuttosto irritati da quello scomposto ridere davanti a cose poco coinvolgenti, almeno per noi.
Notai in quell'occasione come far ridere gli anglosassoni, e soprattutto gli americani, fosse estremamente facile. M'inventai dunque la "sindrome del picchiatello" (dal celebre film di e con Jerry Lewis "Qua la mano picchiatello"), intesa come quella forma di comicità non basata sui contenuti ma sull'esteriorità. Una comicità leggera, che non induce a riflettere ma a ridere e a deridere.
Ebbi la fortuna di scambiare su questo tema, anni dopo, due parole con Bruno Lauzi il quale convenne con me che far ridere gli americani in fondo è facile ma far ridere gli italiani è piuttosto difficile, "vero -aggiunse lui- ma è altrettanto più facile far piangere gli italiani che gli americani. In Italia -aggiunse- parla della madre, fai melodramma e farai scorrere fiumi di lacrime."

Pensavo a queste parole quando qualche sera fa fra amici si parlava dei soggetti che ho in mente di mettere in scena da qui ai prossimi quattro anni: tutti drammi e tragedie. Mi chiedevano "ma tu, qualcosa di allegro mai eh?"; hanno ragione, la comicità per noi italiani è complicata. È difficile far ridere anche se questo è ciò che il pubblico chiede. Vedo che le commedie brillanti, i comici, il cabaret hanno quasi sempre fortuna, mentre i drammi e le tragedie, a meno che non siano portate in scena da grandi protagonisti del palcoscenico, fanno più fatica a riempire le sale.
Molière sosteneva che la gente ride perché ragiona su ciò che ha sentito ecco perché l'arte comica è la migliore per trasmettere messaggi politici e per far riflettere. Quando per esempio Rocco Barbaro nei suoi sketch ci fa ridere di due calabresi che si incontrano per caso e dicono "Che si dice? Che si dice?" ecc. ci fa ridere non tanto e soltanto per la mimica espressiva che accompagna la battuta ma perché ci fa riflettere sulle nostre abitudini e nevrosi dettate soprattutto dall'imbarazzo del cosa dire, insomma ci sta facendo ragionare sulla nostra difficoltà di comunicare.
Al di la delle generalizzazioni, che sono sempre da guardare con diffidenza, è anche vero che i comici che più mi stimolano sono quelli che traggono la comicità dalle cose semplici, senza ricorrere ad artifici, a caricature, a smorfie: Teo Teocoli quando racconta le sue memorie, Rocco Barbaro, Enrico Brignano, Olcese & Margiotta ecc. piuttosto che i pur straordinari Lino Banfi, Franco Franchi e Ciccio Ingrassia (comicità di altri tempi del resto, infatti in "Kaos" dei fratelli Taviani il duo esprime una drammaticità profonda e per niente comica, semmai ironica).

Luigi Pirandello parlava di senso del contrario e avvertimento del contrario per definire la differenza fra comicità e ironia. Una sottile ma fondamentale considerazione fatta da un grandissimo maestro che colse e definì in tal modo una caratteristica essenziale del nostro popolo e della nostra cultura.
Anche far piangere fa riflettere, induce a comprendere lo stato d'animo e gli interrogativi dei personaggi che sono i nostri, del resto nella tragedia shakespeariana c'è tutto: gli intrighi, la morte, le nevrosi, la malvagità, l'amore, l'incertezza, il potere, il dolore e la gioia. Ma far scorrere la lacrima, trasmettere l'emozione dolente, commuovere, è meno complesso: è più facile che si faccia fiasco perché non si sa far ridere che far fiasco perché non si riesce a commuovere.

Qualcuno potrebbe correre a deduzioni semplici come "questo dimostra che gli anglosassoni sono superficialoni e gli italiani sono sensibili!". Non è così. I fatti degli ultimi tempi dimostrano che la natura empatica delle nostre genti si è assottigliata, che gli americani hanno imparato a produrre opere di grande spessore drammatico, cui del resto non sono mai venuti meno (vedi Tennessee Williams o Arthur Miller ad esempio) e allo stesso tempo hanno prodotto comici come George Carlin o Louis C.K. che sanno far ridere facendo riflettere sulle cose di tutti i giorni, ma rimane il fatto che, malgrado la bravura e la grandezza inestimabile di un Jerry Lewis, dalle nostre parti ha più efficacia la sottile e caustica comicità di Dario Fo. E non è poco.

Sul tema della rista in teatro l'8 settembre 2019 ho pubblicato un post specifico https://giuseppeizzinosa.blogspot.com/2019/09/ridere.html)

sabato 7 dicembre 2019

ReAzione

Photo by Grafixar - Morguefile.com
Spesso l’attore si chiede, quando entra in scena, “che faccio?”. In realtà sebbene la domanda sia quasi fisiologica e del tutto legittima, la domanda più giusta dovrebbe essere  “come reagisco?”. L’azione scenica è anzitutto reazione alla situazione, all’azione, al contesto.

Ho fatto tanti anni il rappresentante e la prima cosa che ho imparato (e insegnato a mia volta) era di reagire alle obiezioni dei clienti arrabbiati per i disguidi dell’azienda che rappresentavo, consegne in ritardo, prodotti sbagliati o mancanti, fatture errate ecc., situazioni in cui il cliente aveva ragione. Se l’obiezione era manifestata entro certi limiti di educazione e rispetto, la reazione non doveva essere un’azione (“provvedo subito”, “lei ha ordinato tardi!”, “sono cose che succedono, che ci vuole fare?”) ma una manifestazione di dispiacere, di “dolore” condiviso col cliente, di una compassione (intesa come “patire-con” cioè insieme) far capire cioè all’interlocutore che lo si comprendeva e si era solidali con lui. Solo dopo questo passaggio si poteva procedere all’azione, in sintonia col cliente si cercava la soluzione.

In scena è lo stesso. La prima cosa che il pubblico si attende è la reazione dell’attore aggredito, ferito o esaltato e riverito: ti sparo? Non puoi spararmi a tua volta, se ti ho colpito manifesto la sofferenza se non mi hai colpito cerco riparo e rispondo (se sono armato) al fuoco, se mi insulti non ti contro insulto subito ma faccio percepire il disagio e la rabbia, e solo dopo passo all’azione. Altrimenti tutto diventa un botta-e-risposta che raramente appassiona e spesso annoia lo spettatore. L’emozione passa attraverso la reazione degli attori come un agire in conseguenza di qualcosa e non come sterile ribattuta.

Lo spettatore vuole emozionarsi, vedere e “sentire” quello che provano i personaggi. Altrimenti si annoia, diventa tutto come in una partita di tennis fra robot dove ogni lancio è preciso e ribattuto ma senza produrre emozione: dopo pochi secondi arriva lo sbadiglio.